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venerdì 30 settembre 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n.11)


LA SCOMPARSA DELLE LUCCIOLE
di Pier Paolo Pasolini
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può avere i bei rimpianti di una volta. Quel «qualcosa» che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque «SCOMPARSA DELLE LUCCIOLE».
Così commenta Franco Cordelli, romano (20-02-43), scrittore, saggista, giornalista e critico teatrale del Corriere della Sera: se si considera la vita un valore, la metafora di Pasolini (Bologna, 5 Marzo 1922 – Ostia 2 Novembre 1975; scrittore, giornalista, drammaturgo, regista nonché attore) sulle lucciole glielo nega. La sua religiosa nostalgia si espone alla critica che le mosse Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico;  Atene 25 Agosto 1891 – Roma 5 Maggio 1952; scrittore, pittore e compositore italiano) più di vent’anni prima: «La religiosa grandezza. Molti dicono che quella sola è grandezza e volgendosi con dispregio agli uomini d’oggi dicono che senso di grandezza oggi non c’è più. Imbecilli! E non è sufficiente grandezza l’aver messo a tacere la natura, ridotto quasi a zero le sue minacce ?».
Non avendo nulla di personale da aggiungere chiudo qui. Un saluto. Luciano Cremascoli -

sabato 20 agosto 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n.9)

DALLA TORRE
di Mario Luzi
Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
Nella sua galoppata verso il mare,
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un suo destino in molte guise,
dice: «guardami, sono la tua stella»
e in quell’attimo punge più profonda
 il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
 dove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.
                                                         Mario Luzi
Questa breve poesia scritta da Maurizio Levi (20/10/1914 – 28/02/2005), scrittore Grossetano nonché Senatore a Vita della Repubblica Italiana è così vista da Raffaele La Capria, scrittore e sceneggiatore napoletano (nato il 3 Ottobre 1922):
Quella che Mario Luzi  contempla dall’alto di una torre non è la campagna toscana lavorata dall’uomo e resa umana dal suo lavoro, non è quella “intima e famigliare” amata da Papini (noto pittore toscano, credo, aggiungo io), è invece un’altra faccia della stessa terra, quella che come spina più profonda punge il cuore d el poeta, una terra selvaggia e severa che corrisponde - «chiara e inconoscibile, tenera e ostile» - al suo animo e alla forma della sua poesia. 
           Raffaele La Capria
Qualcosa da aggiungere da parte mia ? Direi proprio di no, almeno per questa volta. Un saluto. Luciano Cremascoli - 

lunedì 1 agosto 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n.8)

MARE

di Giovanni Pascoli

                                      
M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano le onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni ?

                                                                                                             Giovanni Pascoli


Ecco come invece interpreta questa poesia Giorgio Montefoschi (scrittore e critico letterario Romano): Quello che conta, ed è fondamentale, è il senso misteri stico di chi si pone dinnanzi al mare. Il mare è certamente il ‘tutto’, nel quale lo sguardo sprofonda. Un Tutto vasto, immenso: però non immoto, privo di vita. Vi si riflettono le luci delle stelle ed è mosso dalle onde, che a loro volta sono sospinte senza posa dal vento. Questo significa, dunque, che l’infinito accoglie il Tempo. Anche se chi contempla il mare, chi si lascia stordire dal mare, è sempre incapace di stabilire qual è la soglia che separa l’Infinito e il Tempo.
                                                                   Giorgio Montefoschi

Cosa potrei avere da dire io ? Non potrei di certo confrontarmi con un Giovanni Pascoli o ‘discuterne’ con un critico letterario della levatura di Giorgio Montefoschi, non me lo permetterei mai ! Però un qualcosa avrei da aggiungere: personalmente su certi argomenti (il mare ad esempio)  filosofeggio meno, sono per la praticità; la filosofia la applico nel mio modo d’essere, del mio vivere quotidiano. Sul mare potrei parlare (visto che siamo in Agosto – tempo di vacanze) di sfruttamento all’eccesso in tutti i sensi, dall’affollamento delle spiagge (all’esasperazione – non si vede più nemmeno la sabbia – carne umana su carne, mi si permetta la licenza) al ‘traffico’ marino (intendersi barche, barchette, barconi – da quelle da poche centinaia di Euro a natanti di milioni, di Euro). Mi potrei soffermare sullo sfruttamento delle popolazioni ittiche (ormai si è costretti a ‘fermare’ obbligatoriamente la pesca per 2 o 3 mesi per ridurre il più possibile addirittura l’estinzione di alcune specie di pesci – autonomamente l’uomo – il pescatore in questo caso - non sa ‘gestire’ quelle risorse che gli garantiscono la sopravvivenza, deve intervenire il legislatore). Si potrebbe continuare con la flora marina anch’essa più che malata dall’inquinamento procurato dall’uomo, naturalmente. Potrei concludere con un “guardiamo le nostre spiagge-coste marine d’inverno”, tutta e solo plastica alla mercé del: buttiamo tutto li tanto poi ci pensa il mare a portasi via il tutto od al limite in Primavera ci penserà chi vorrà garantire delle vacanze da sogno ai … villeggianti (sogno inteso come ‘costi’) che si potranno così godere un bel mare sempre (ai nostri occhi) pulito. Ma preferisco non commentare e concludo qui. Chi sono io per potermi ‘esprimere’ in questo modo ? Uno che andava al mare quando il mare aveva la “emme” maiuscola. Ora, quelle poche volte che ci vado il mio sguardo tende a volgere verso il ‘fronte’ opposto; le montagne che, in genere, sovrastano il mare, più tranquille e rilassanti. Un saluto. Luciano Cremascoli - 

venerdì 22 luglio 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 7)

“L’ANGUILLA”
di Eugenio Montale
                                     un' anguilla

(…) l’anguilla, torcia,frusta,

freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
 incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella ?
Eugenio Montale
Su Eugenio Montale (nato a Genova il 12 dicembre 1896 e morto a Milano il 12 settembre 1981), poeta, giornalista e critico musicale nonché premio Nobel per la Letteratura nel 1975 non c’è ben poco ancora da dire, è già stato detto tutto; poche righe sulla Poesia provengono da Maurizio Maggiani, noto giornalista e scrittore Ligure (nato a Castelnuovo Magra il 1° ottobre 1951) il quale in merito scrive: Nemmeno per un sogno sei mia sorella, grasso serpe d’acqua spenta di valle, tu che ti giochi la parte del pesce ma resti tra i denti subdola come le anime rettili della golena che ti hanno svezzato. Ma sei mio fratello, anguilla di poco destino e tanto ardimento, dignità della corsa in salita, eleganza della fatica, snella bellezza della perseveranza. Fratello di disgrazia nella fogna che ci è stata concessa in nutrimento, fratello di ventura nel viaggio che comunque tentiamo al lindore che ci hai … nati.
Maurizio Maggiani 
A questo punto non ci sarebbe altro da aggiungere anche se ci sarebbe molto di cui parlare a cominciare dal grande Montale per concludere con il contemporaneo Maggiani ma, a volte, il silenzio 'parla' più di migliaia di parole; lasciamo parlare quanto loro hanno a suo tempo ... scritto. Un saluto. Luciano Cremascoli -

mercoledì 6 luglio 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 6)

“CONVERSAZIONE IN SICILIA”

                                 

di Elio Vittorini


E intanto era passata Augusta col suo monte di morte case in mezzo al mare, tra velivoli e navi, e tra saline, sotto il sole, e si avvicinava Siracusa, si viaggiava, per la campagna vuota, lungo il mare di Siracusa (…). Alle tre, nel sole di Dicembre, dietro il mare che scoppiettava nascosto, il trenino entrava, piccoli vagoni verdi, in una gola di roccia e poi nella selva dei fichidindia (…). Cominciarono a a passare le stazioni, casotti di legno con sole sul cappello rosso dei capistazione, e la selva si apriva, si stringeva, di fichidindia alti come forche. Erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra dei fichidindia. Gridava al treno mentre il treno gli passava davanti.

Questo breve racconto è tratto da un Romanzo di Elio Vittorini (nato a Siracusa il 23 Luglio 1908 e morto a Milano il 22 Febbraio 1966) scritto alla fine degli anno ’30  nel quale tratta di un viaggio di un uomo a ritorno nella sua terra natìa. Ci da una sua interpretazione di questo racconto Dacia Maraini, scrittrice, figlia di Fosco (scrittore ed etnologo) già compagna e stretta collaboratrice di Alberto Moravia dal ’62, nata a Fiesole (Firenze) il 13 Novembre 1936. Ecco come interpreta questo …’viaggio’: 


Elio   Vittorini

Una Sicilia in movimento,. Vista attraverso i finestrini di un treno in corsa. Sembrava di entrare in un quadro futurista dove il movimento diventa spazio e colore. Ma non si tratta di un’operazione ideologica, fatta a freddo, di una sperimentazione sul moto perpetuo. L’emozione si insinua nel processo pittorico, attraverso la descrizione del cappello rosso del capostazione. Vittorini, come sappiamo, era figlio di un capostazione e quel cappello rosso si presenta carico di ricordi affettuosi e introduce uno slancio linguistico che si fa lirico e tumultuoso.

Dacia   Maraini

Anch’io a suo tempo (circa 30anni fa) ho viaggiato, sia pur per diletto e non di certo di ritorno nella terra d’origine ma ho visto la Sicilia in tutt’altro modo, diversamente e non come la racconta l’autore (del resto il suo non è un racconto autobiografico ma … immaginario) e nemmeno l’interpretazione che ne da La scrittrice Dacia Maraini. Non mi permetto di certo di confrontarmi con scrittori di si nobile levatura ma i miei occhi, ripeto, hanno catturato particolari differenti (in movimento e non) in primis in quanto non viaggiavo in treno (e non sono figlio di capostazione) ma in automobile, poi forse in quanto provenivo da una Regione completamente differente, la Lombardia ed anche questo, ne sono più che convinto, abbia contribuito a farmi vedere un territorio diversamente spettacolare. Un saluto. Luciano Cremascoli -  



mercoledì 29 giugno 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 5)

“LA GINESTRA, O IL FIOR DEL DESERTO” 
di Giacomo Leopardi
Qui sull’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Così descrive la Ginestra Erri De Luca: “Il nostro sottosuolo ha stagioni sue per scaraventarsi all’aperto e rigurgitare la fiamma compressa. L’eruzione del vulcano è la neve del sud, sotto forma di cenere. Come la nevicata, è spessa e fa crollare tetti. La terra si raccoglie sotto la stesura ardente, aspetta che si sciolga la morsa dell’incendio. Come il bucaneve a fine inverno, così fa la ginestra sui fianchi del Vesuvio. Il suo giallo scintilla sulle terre flegree, inaugura il ritorno del regno vegetale. Il suo fiore di maggio è la resurrezione del suolo scotennato”. 
Chi è De Luca ? E’scrittore, traduttore e poeta italiano (nato a Napoli il 20 maggio 1950). Recentemente è stato definito "lo scrittore del decennio" dal critico letterario del "Corriere della Sera" Giorgio De Rienzo. A questo punto sono doverose quattro righe sul … personaggio. Nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua. Inoltre dichiarerà più di recente che al momento dello scioglimento di Lc (Rimini, 1976) non volle entrare in clandestinità e convinse il servizio d'ordine romano a seguire la sua stessa strada. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia e all'estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l'ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio", non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant'anni: “Non ora, non qui”, una rievocazione della sua infanzia a Napoli. Regolarmente tradotto in francese, spagnolo, inglese, tra il 1994 e il 2002 riceve il Premio ‘France Culture’ per “Aceto, arcobaleno”, il Premio ‘Laure Bataillon’ per “Tre Cavalli” e il ‘Femina Etranger’  per “Montedidio”. È del 1999 il libro “Tu, mio”. Collabora a diversi giornali (La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Avvenire, Gli Altri) e oltre ad articoli d'opinione, scrive occasionalmente anche di montagna. Se qualcuno vuol leggere qualcosa di suo non ha che il problema della scelta, se di problema si tratta. Per quanto mi riguarda non avrei nulla da … aggiungere. Un saluto. Luciano Cremascoli -



venerdì 17 giugno 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 4)

“DECAMERON” 
di Giovanni Boccaccio

Era già l’oriente tutto bianco e li surgenti raggi per tutto il nostro emisperio avevan fatto chiaro, quando Fiammetta da’ dolci canti degli uccelli, li quali la prima ora del giorno su per gli albuscelli tutti lieti cantavano, incitata su di levò e tutte l’altre e i tre giovani fece chiamare; e con soave passo a’ campi discesa, per l’ampia pianura su per le rugiadose erbe, infino a tanto che alquanto il sol fu alzato, con la sua compagnia, d’una cosa e d’altra con lor ragionando, diportando s’andò. Ma sentendo che già i solar raggi si riscaldavano, verso la loro stanza volse i passi: alla qual pervenuti, con ottimi vini e con confetti il leggiere affanno avuto fé ristorare, e per lo dilettevole giardino infino all’ora del mangiare si diportarono.

Un gruppo di sette ragazze e tre ragazzi si rifugia in una gradevole campagna, lontano da Firenze dove infuria la peste (1348). Ognuno dei giovani narrerà, ogni giorno, una novella, così da raggiungere il numero di 100 in 10 giorni. Gli uccelli che cantano alle prime luci dell’alba, i piedi che sfiorano l’erba scintillante di rugiada sono l’abbozzo armonioso di un Eden alla Simone Martini (pittore e miniatore italiano – Siena, 1284 * Avignone, 1344), contrapposto al cupo sfondo dell’epidemia cittadina. 
Così riassume il Decameron  (dal Greco Antico, ‘dieci giorni’), raccolta di cento novelle di Giovanni Boccaccio (1313 – 1375) scritte (probabilmente – si dice) tra il 1349 ed il 1351 da cui è tratta appunto la Novella di cui sopra, Cesare Segre, Filologo (studioso delle parole), Semiologo (studioso dei segni) e critico d’arte nonché, attualmente, Professore Emerito all’Università di Pavia e Direttore del Centro Ricerche su Testi e Tradizioni Testuali dello IUSS (Istituto Universitario di Studi Superiori) di Pavia.
Cosa potrei aggiungere io, comune mortale (o lettore che dir si voglia) dopo la così sintetica ma completa e chiara esposizione  d’una "penna" quale Cesare Segre ? Assolutamente nulla ! Un saluto. Luciano Cremascoli - 

venerdì 10 giugno 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 3)

“LA COGNIZIONE DEL DOLORE”
di Carlo Emilio Gadda
Dal terrazzo la veduta spaziava perdutamente fino alle lontane colline, e poi più lontano forse, nel sole. Si spegneva ai tardi orizzonti: e agli ultimi fiumi delle fabbriche, appena distinguibili nella foschia: posava alle ville e ai parchi, cespi verdissimi, antichi, tutt’attorno la mite accomandita di quei piccoli laghi. Eran livelli celesti, opachi, future torbiere, tra l’insorgere dei mille piacevoli incidenti d’una orografia serena, che aveva conosciuto il cammino delle Grazie. Terra vestita d’agosto, v’erano sparsi i nomi, i paesi. Ed era terra di gente e di popolo, vestita di lavoro.
CARLO EMILIO GADDA (1893-1973)
Ogni provincia italiana, commenta Silvia Avallone, giovane scrittrice e poetessa di casa nostra, ha delle vedute così. Laggiù i relitti industriali, coperti di edere; qui i resti di un mercato, le luci che si spengono negli uffici. C’è sempre una collina, o un parco, tra una fessura e l’altra. Il confine della natura, la sua grazia taciturna, resistono all’insistenza delle scavatrici, agli sbuffi grigi degli impianti. La terra è come noi, vestita di lavoro. Alberi e ciminiere si confondono in un unico tessuto. Basta lasciare libero lo sguardo, sembra dirci Gadda, per scorgere la segreta somiglianza tra i profili dei capannoni e quelli delle colline e dei fiumi. 
Silvia Avallone 
Personalmente non concordo pienamente con la Avallone nel sostenere che ‘ogni provincia italiana ha vedute così’, geograficamente l’Italia è troppo ‘diversa’ come territorio: si va dai territori prevalentemente montagnosi ed umidi del nord a quelli aridi ed asciutti del sud, da quelli eccessivamente industrializzati a quelli prevalentemente agricoli-pastorizi, province completamente ‘affacciate’ sul mare e province che il mare non sanno nemmeno cosa sia ma, prendiamo sia la poesia ‘paesaggistica’ che successivo commento per quello che sono. Ad ognuno la libertà di dare l’interpretazione che ritiene più appropriata; dopotutto ogni cosa (vivente o meno) può apparire più o meno gradevole alla vista, tutto dipende dall’angolatura e/o dallo spirito con la quale la si intende osservare. Un saluto. Luciano Cremascoli -

martedì 7 giugno 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 2)

"LA TRAGEDIA DEL POLESINE"
di Carlo Levi
Non ci inganni il vago incanto della laguna, di questo mondo naturale, rovesciato e funesto. Ai giorni di sole seguiranno altre piogge, e i geli dell’inverno, e le lentissime nebbie; e quando le acque si ritireranno, lasceranno dappertutto stagni malsani, paludi, distruzione e deserto; le case, che ora sembrano librarsi in cielo, crolleranno minate dall’acqua. Oggi tutto è ancora in moto, si pensa a salvarsi, a aiutare, un’onda attiva di solidarietà si leva da ogni parte; ma domani, tra qualche mese il ritorno sarà solitario, e ben più triste, nel fango e nella desolazione. Questa gente contadina, dura e tenace, riprenderà la vanga e l’aratro, ricomincerà da capo a ricreare una terra abitabile e civile, al posto di questo ingannevole specchio di acque e di ombre.

Commento di Isabella Bossi Fedrigotti: Colpisce di Carlo Levi, lo sguardo che sa vedere oltre le apparenze, svelando una seconda, anzi una terza faccia di tutte le tragedie, non soltanto di quella dell’alluvione del Polesine. Prima arrivano all’improvviso, la distruzione e la morte; poi, immediate, la solidarietà, la corsa al soccorso che inducono a dimenticare, un poco, l’orrore. Da ultimo, però, passata l’emergenza, tornati a casa i generosi aiutanti, restano devastazioni e solitudine, grandissima solitudine.
Ci si chiederà perché dai "Promessi Sposi", eterno e maestoso Romanzo del Manzoni sia ‘passato’ alla più realistica Tragedia del Polesine pur in forma poetica. La risposta è semplicissima anche se imprevedibile: io sono nativo del Polesine (ad essere precisi di Contarina, ora Porto Viro prov.Rovigo) ma non solo, sono un ‘reduce’ della famosa- drammatica alluvione del Novembre ’51 (allora avevo 2 anni e 2 mesi) e, come dice il Poeta, salvato dall’ “onda attiva di solidarietà” che mi ha portato dove vivo tuttora. Non ci si lasci trarre in inganno dal mio cognome (Cremascoli) quello è il cognome della famiglia che a suo tempo mi ha ‘ospitato’ e che in seguito mi ha adottato. Il mio cognome ‘precedente’ è un classico del Veneto/Polesano. Però, a distanza di 60anni ogni qual volta sono costretto (non lo faccio mai volentieri – non ci trovo mai nulla di nuovo – sempre il solito stato d’abbandono e la più totale staticità sia nell’ambiente che negli abitanti d’oggi che poi sono ancora quelli di allora e relativa prole – più che altro un vivacchiare: zero voglia di fare, zero voglia di nuovo, zero tutto) a tornare in quelle ‘terre’ (in visita a quei pochi parenti rimasti) mi convinco sempre più che non avrò mai nostalgia di quella terra in cui sono nato (io, i miei fratelli, genitori e nonni). Di quei giorni dell’alluvione naturalmente non ricordo nulla (l’età non me lo ha permesso, fortunatamente) ma ci tornavo ogni estate durante le vacanze sino all’età di 13 anni quando un virus (proveniente dall’acqua che si usava per cucinare e bere – già negli anni 60 ancora non si era ancora provveduto a potabilizzare l’acqua)  mi ‘danneggiò’ gravemente il fegato (problema risoltosi con tre anni di assidue ed incessanti cure) dopodiché la mie visite si fecero sempre più distanziate nel tempo anche se ora, va riconosciuto, l’acqua potabile è disponibile ovunque, la gente (quella non emigrata negli anni 60-70 in cerca di sopravvivenza) vive in comode case con ogni comodità e dispone di automobili magari sovradimensionate rispetto alle loro possibilità, i giovani poco interessati allo studio ‘attendono’ gli venga proposto un lavoro di loro gradimento. Per concludere, tutto l’opposto dell’ambiente nel quale sono cresciuto e nel quale tutt’ora vivo, ambiente dinamico,  sempre attivo, sempre alla ricerca del ‘fare’, di qualunque cosa si tratti, purché non si rimanga con le mani in … mano. Probabilmente, filosoficamente parlando, vivono molto meglio loro che non io (o noi, che dir si voglia). Un saluto. Luciano Cremascoli -  

lunedì 6 giugno 2011

AMBIENTE-NATURA-PAESAGGIO (n. 1)

"ADDIO, MONTI"
di  Alessandro Manzoni
Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si meraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s’avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti. 
Commento di Paolo Antonucci tratto da ‘Studenti.it’: L’ “ADDIO, MONTI”  è una vera e propria poesia che si trova alla fine dell’VIII capitolo dei promessi sposi. Lucia saluta i suoi amati monti che sorgono dalle acque del lago di Como, e le loro cime inuguali che sono notate solo dalle persone che erano cresciuti lì. Quelle cime erano impresse nella sua mente e da Manzoni vengono paragonate alle sagome dei familiari di Lucia. Passa poi a descrivere i fiumi dei quali Lucia conosceva il rumore che questa volta viene paragonato al rumore delle voce dei suoi familiari. Saluta poi le case bianche che sembravano come delle pecore al pascolo. Manzoni passa a descrivere una persona che andava via da quei luoghi in cerca di fortuna e dice che quei luoghi erano più belli dei desideri che aveva, dice inoltre che quella persona andava via solo perché sapeva che in seguito sarebbe tornata da ricca; mano a mano che se ne andava quelle figure diventavano sempre più piccole e l’aria si faceva pesante data la vicinanza della città. In città le case erano tutte attaccate e le strade davano un senso di soffocamento. Si ritorna ora a Lucia che non avrebbe mai pensato di partire da lì se non spinta dalla forza oppressiva di Don Rodrigo, Lucia dice che con l’andare via di lì stava perdendo tutti i desideri e tutte le abitudini. Lei è costretta ad andare via di lì e a conoscere altri monti e non riesce neanche a pensare al momento del ritorno. Verso la fine inizia a salutare la casa nativa nella quale aveva imparato a riconoscere il rumore dei passi di Agnese e Renzo. Saluta la casa di Renzo(straniera) passando davanti la quale, spesso diventava rossa dalla vergogna e nella quale voleva vivere con il suo amato; saluta anche la chiesa nellla quale il suo animo era spesso rassicurato dai canti della domenica e dove il suo amore doveva essere consacrato. Alla fine della poesia c’è una frase molto importante, forse la più importante del romanzo nella quale Manzoni dice che Dio non turba mai la felicità dei suoi figli se non per prepararne una più grande e … balla.(In questa frase Manzoni predice il lieto fine del libro). 


A questo punto, considerato lo spessore dell’autore della Poesia, la rilevanza del Romanzo Storico in cui essa è inserita ed il commento seguitone non mi rimane che … chiudere. Alla prossima. Un saluto – Luciano Cremascoli - 

domenica 5 giugno 2011

GIORNATA MONDIALE DELL’AMBIENTE “le Foreste, natura al nostro servizio“

 Oggi, 5 giugno, è la “Giornata Mondiale dell’Ambiente”, quando è stata costituita, dove, come e perché ?

Nel 1972 si tenne a Stoccolma, in Svezia, una conferenza sull’ Ambiente durante la quale si è cercato di trovare il modo migliore per preservare il più grande patrimonio dell’umanità: le foreste. Le 113 nazioni riunite stilarono una Dichiarazione di 26 principi sui diritti dell’uomo e sui suoi doveri nei riguardi dell’ambiente. Gli uomini sono detentori in egual misura di diritti connaturati e inalienabili. Primo fra tutti è il diritto alla VITA, che è strettamente collegato a quello alla libertà, all’uguaglianza, nonché al diritto di vivere in condizioni idonee. Sulla base di quanto stabilito quasi quarant’anni fa, la Giornata Mondiale dell’Ambiente (WED) – che si celebra ogni 5 giugno ed è stata istituita dall’ Onu proprio in onore delle Conferenza di Stoccolma – è incentrata sul tema “Le Foreste: natura al nostro servizio“. Questa è solo una delle tante tematiche trattate nel corso degli anni nella giornata dedicata alla tutela dell’ Ambiente. Infatti dalla sua prima celebrazione ( nel 1973) è stata teatro di discussioni a favore della salvaguardia del suolo e dell’ acqua, del cambiamento climatico dovuto alle desertificazioni, che incidono in modo negativo sull’ ambiente e sull’uomo, e dello strato del buco dell’ozono. E’ inutile dire che ormai le foreste sono in pericolo a causa dei processi di industrializzazione e l’uomo è “ fruitore “ di tutte le conseguenze negative che derivano dallo sfruttamento dei cosiddetti polmoni verdi del pianeta. Non è solo la natura a pagare lo scotto della negligenza dell’uomo, troppo impegnato nei suoi intenti espansionistici del potere e soggiogato alla sete di guadagno, ma anche gli animali. Infatti è scoppiato l’allarme per gli animali di specie protetta, minacciati da cambiamenti climatici, aumento demografico e diversa destinazioni d’uso delle foreste e delle terre. Tra i polmoni verdi tropicali in pericolo ci sono i bacini del Congo, dell’ Amazzonia e del Borneo, di cui si è trattato nel Summit, tenutosi in Congo e da poco concluso, sulle foreste tropicali. Campione nell’ambito della salvaguardia del settore ambientale, nonché culturale, artistico, cinematografico, industriale e tecnologico è l’India, patria in cui si svolge il 5 giugno 2011 la Giornata Mondiale dell’ Ambiente. In più, ciò che ha fatto sì che questo stato ospitasse l’evento sono le iniziative verdi della green economy, che sta tanto a cuore all’ UNEP. Inoltre l’India si serve di turbine eoliche, di industrie del solare e vive all’insegna di norme che regolano gli investimenti sull’acqua e sulle terre. Si è espresso a riguardo il direttore esecutivo del programma Onu per l’ Ambiente, Achim Steiner, che dice: “ Nel corso di quarant’ anni di storia della Giornata Mondiale dell’ Ambiente, le città e le comunità indiane sono state tra le più attive, con un gran numero di iniziative intraprese in tutto il paese ogni anno. E’ giusto che questa economia in rapido sviluppo sia l’ospite del 2011 “. Anche il resto del mondo si adopera al meglio per celebrare questa giornata attraverso sfilate e parate in bici, concerti, e campagne di sensibilizzazione per la pulizia dell’ ambiente e dei luoghi pubblici.
Nei prossimi giorni pubblicherò poesie, brevi racconti, novelle ed altro (13, cominciando da una Poesia del grande Alessandro Manzoni e tratta dai Promessi Sposi – per non far confusioni e/o trarre in inganno avranno tutte/i lo stesso titolo ‘Ambiente-Natura-Paesaggio’ ed un numero progressivo naturalmente cominciando dal numero Uno) scritti e/o provenienti da Poeti-Scrittori di Ieri e di Oggi con relativi Commenti e naturalmente qualcosa, sia pur ‘modesto’, di mio sempre rimanendo sull’argomento ma riguardanti il contesto Italiano. Quindi, alla prossima. Un saluto. Luciano Cremascoli -